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giovedì 9 luglio 2009

La fisica dell'Anima


Di Fabio Marchesi
http://www.coloridellavita.com/libri.cfm?lib=7

Dopo il grande successo della prima edizione La fisica dell'Anima viene riproposta con contenuti aggiornati, ampliati ed approfonditi. L'autore riesce a tracciare un appassionante connessione tra scienza e spirito, tra percepibile e impercepibile, trattando con chiara semplicità temi della fisica volti ad illuminare i sentieri della vita, per dimostrare l'esistenza dell'Anima e comprenderne la natura e le ambizioni. La fisica dell'Anima è un'opera coraggiosa e illuminante che offre una nuova interpretazione della realtà grazie alla quale ogni esperienza umana, positiva o negativa, trova nuove, lucide e sorprendenti spiegazioni oltre ogni, apparentemente casuale, fatalismo. È un libro a doppia azione: raffredda le menti inutilmente calde e scongela i cuori grossolanamente freddi. L'espressione chiave è "entropia costruttiva": la "tendenza" all'ordine, all'evoluzione, alla gioia e al successo che permea l'Universo e a cui ogni essere umano può accedere attraverso il rispetto consapevole degli obiettivi della propria Anima. Un'opera significativa e brillante, un'elaborazione appassionata che sa far reagire gli apatici, scuotere gli indifferenti, coinvolgere gli entusiasmabili. Fabio Marchesi è un eretico classico. È un classico in quanto il suo percorso rispetta il credo scientifico con dimostrata lealtà, è un eretico in quanto la sua lettura dei teoremi è paradossale e sconfinante.

Sito web Scheda da Macrolibrarsi
Numero di pagine 416
ISBN 8848116639
Prezzo 14,90 Euro

venerdì 19 giugno 2009

Reincarnazione - Guarisci te stesso conoscendo le vite precedenti

http://www.coloridellavita.com/libri.cfm?lib=2

La nostra vita comincia con la nascita? Dopo la morte lo spirito entra in un nuovo corpo? Siamo costretti a reincarnarci o possiamo scegliere? Quali leggi regolano la trasmigrazione dell'anima? Si vivono molte vite? Secondo la teoria della reincarnazione la risposta è affermativa: sì! Questa non è né la prima né l'ultima volta che abbiamo un corpo, la vita non comincia con la nascita e non termina quando il corpo fisico cessa di funzionare. Questo libro vi aiuterà a capire meglio il misterioso e tanto spesso frainteso fenomeno della reincarnazione - una realtà essenziale nel plasmare il destino di ognuno di noi. Oggi due terzi dell'umanità credono nella reincarnazione e anticamente questa idea era facilmente accettata da tutte le popolazioni del pianeta, quindi sarebbe un grave errore considerare la reincarnazione un'esotica teoria orientale lontana dalla nostra cultura, dato che una volta era presente anche qui in occidente. Nel corso dei secoli molte verità spirituali, ritenute scomode, sono state soppresse dalle autorità gerarchiche al potere, così riscoprirle vuol dire restituire all'umanità un'importante conoscenza perduta. Questa precisazione è necessaria per far capire che il discorso sulla reincarnazione oltre che essere di grande attualità è anche antico quanto la storia del mondo. Voltaire diceva che l'idea della metempsicosi, la trasmigrazione dell'anima, è forse il dogma più antico dell'universo conosciuto. Inizio il libro rispondendo ad alcune classiche domande sulla reincarnazione, seguite da una spiegazione di concetti chiave che compaiono in ogni discorso sulla reincarnazione. Senza dare definizioni limitanti tratteggio per ogni punto un'argomentazione che rispecchia l'essenza di questo libro, ovviamente favorevole all'idea della reincarnazione. Scoprirete che molti personaggi storici erano sostenitori di questa teoria e che i riferimenti storici alla reincarnazione hanno più di 5000 anni.

Sito web http://www.cerquetti.org/
ISBN 88-256-1394-6
Editore Laris

mercoledì 3 giugno 2009

Gesù parla a un'anima (Amami come sei)

Gesù parla a un'anima
"Amami come sei"

Caro amico, conosco la tua miseria, le lotte e le tribolazioni della tua anima, le deficienze e le infermità del tuo corpo.
So la tua viltà, i tuoi peccati, e ti dico lo stesso: "Dammi il tuo cuore, amami come sei..."
Se aspetti di essere un angelo per abbandonarti all'Amore, non amerai mai.
Anche se sei vile nella pratica del dovere e della virtù, e se ricadi in quelle colpe che vorresti non commettere più: non ti permetto di non amarmi.
Amami come sei ...
In ogni istante e in qualunque situazione tu sia, nel fervore o nell'aridità, nella fedeltà o nella infedeltà, amami come sei ...
Voglio l'amore del tuo povero cuore; se aspetti di essere perfetto, non mi amerai mai.
Non potrei forse fare di ogni granello di sabbia un serafino radioso di purezza, di nobiltà e di amore ?
Non sono forse io la Verità e la Vita in seno all'Onnipotente?
E se mi piace lasciare nel nulla quegli esseri meravigliosi e preferire il povero amore del tuo cuore, non sono io padrone del mio Amore ?
Figlio mio, lascia che ti ami, voglio il tuo cuore.
Certo voglio col tempo trasformarti ma per ora ti amo come sei...
e desidero che tu faccia lo stesso; io voglio vedere dai bassifondi della miseria salire l'amore. Amo in te anche la tua debolezza, amo l'amore dei poveri e dei miserabili; voglio che dai tuoi cenci salga continuamente un gran grido "Gesù Ti Amo".

Voglio unicamente il canto del tuo cuore, non ho bisogno né della tua scienza, né del tuo talento.

Una cosa sola m'importa, di vederti lavorare con amore.
Non sono le tue virtuosità che desidero; se tu ne avessi troppe; sei così debole che potrebbero alimentare la tua superbia e il tuo orgoglio.
Non ti preoccupare di questo.
Ogni nato è destinato al grande bene.
No, non sarai il servo inutile; ti prenderò per mano con il poco che hai...
perché sei creato soltanto per accrescerti e trasformarti.
Oggi sto alla porta del tuo cuore come il mendicante, Io il Re dei Re!

Busso e aspetto; affrettati ad aprirmi: Non farti alibi delle tue miserie interiori.
Se tu conoscessi perfettamente i falli e le tue omissioni: morresti di dolore.
Ciò che mi ferirebbe il cuore sarebbe di vederti dubitare di me e mancare di fiducia.

Voglio che tu pensi a me ogni ora del giorno e della notte; voglio che tu faccia anche l'azione più insignificante, ma per amore, solo per amore.
Conto su di te per darmi gioia...
Non ti preoccupare di non possedere virtù: ti darò le mie.
Quando dovrai soffrire, ti darò la mia forza.
Mi hai dato l'amore, ti darò di saper amare al di là di quanto puoi sognare...
Ma ricordati ... Amami come sei ...
Ti ho dato mia Madre; fa passare in te la sua purezza
e il suo immenso cuore, per esserci anche tu nel nuovo Mondo !
Qualunque cosa accada, non aspettare di essere santo per abbandonarti all'amore, non mi ameresti mai ... Và ...

Di Monsignor Lebrun

lunedì 11 agosto 2008

Mente e corpo

Il 'problema mente-corpo' emerge nella filosofia moderna con Cartesio: se la mente ed il corpo di una persona sono due sostanze distinte, allora occorre spiegare come possano interagire. Già nell'antichità, tuttavia, i filosofi greci si erano occupati della relazione tra l'anima ed il corpo. Psyché, termine tradotto dai Romani con anima, ha vari significati in greco, ma il significato filosoficamente rilevante, già presente in Omero, è quello di 'soffio vitale'. Il modo nel quale i filosofi greci hanno inteso tale soffio sono, ovviamente con molte varianti, essenzialmente tre:
1) l'anima è una parte del corpo; essa consiste di una materia particolarmente sottile che, agitandosi vorticosamente, dà vita e movimento alle membra (Democrito ed Epicuro);
2) l'anima è qualcosa di distinto dal corpo, che viene a trovarsi in esso prigioniera dopo la nascita, ma se ne libera con la morte; l'anima è eterna e, dopo la morte, rinasce in un altro corpo come insegna la dottrina pitagorica della 'metempsicosi' (Platone);
3) l'anima è la forma del corpo ('ilomorfismo'), è una capacità (una 'entelechia prima') che dà al corpo vita, movimento, sensibilità e (nell'uomo) pensiero; l'anima non è corpo, ma non potrebbe esistere senza un corpo così come una forma non può esistere senza una materia: l'occhio è occhio perché possiede la vista, ma la vista (la capacità di vedere) non può darsi senza l'occhio; l'anima si presenta sotto tre forme: l'anima nutritiva propria delle piante, l'anima sensitiva propria degli animali e l'anima razionale propria dell'uomo (Aristotele).
Cartesio nel XVII secolo rifiuta l'aristotelismo degli scolastici e difende, al pari di Galileo (sebbene in forme molto diverse), una concezione puramente meccanicistica della fisica. In questo contesto critica anche la concezione aristotelica dell'anima. Secondo Cartesio l'anima nutritiva non esiste: la vita è un semplice processo meccanico; gli animali sono delle macchine inconsapevoli di sé. Anche il corpo umano è un meccanismo, ma esso è guidato da un intelletto e da una volontà libera, che Cartesio, volendo prendere le distanze dall'aristotelismo, chiama non 'anima razionale' (o 'sensitiva'), bensì mens: pensiero, ossia coscienza. Anche nel dolore che provo in un piede c'è un elemento di pensiero, perché c'è il mio sentire il dolore, c'è la consapevolezza di provare dolore. E questa consapevolezza non è riducibile a qualcosa di fisico; essa è una modificazione di quella sostanza immateriale che io sono, cioè della mia mens (o esprit, come suonerà la traduzione francese accettata da Cartesio stesso). Da qui poi, da mens ed esprit, deriveranno tutti i termini con cui in tutte le lingue europee ci si riferisce a quello 'spazio interiore' privato e soggettivo che è accessibile solo per introspezione: ad es. mind o spirit in inglese, Geist in tedesco, 'mente' o 'spirito' in italiano (anche se, ovviamente, Geist, 'spirito', spirit e in parte anche mind acquisiranno un significato sovra-individuale con l'idealismo).
L'identificazione cartesiana della mente con la coscienza ha conosciuto un'enorme fortuna; ed anche nel corso del Novecento molti filosofi, pur anticartesiani, hanno continuato ad accettare implicitamente questa identificazione. Già nella seconda metà dell'Ottocento, tuttavia, il filosofo e psicologo austriaco F. Brentano aveva proposto una concezione diversa del 'mentale', secondo la quale gli stati mentali si distinguono dagli stati fisici, perché, a differenza di questi ultimi, possiedono una 'intenzionalità', si riferiscono ad altro da sé: un sasso è un sasso e basta, mentre un'idea, ad esempio, è necessariamente un'idea di qualcosa, ha necessariamente un contenuto. Da Brentano, suo professore a Vienna, S. Freud trasse probabilmente spunto per i suoi concetti di 'inconscio' e di 'preconscio', cioè per l'esistenza di nostre attività, che - pur essendo propriamente mentali, in quanto dotate di significato, e quindi non meramente fisiologiche - non sono tuttavia coscienti.
Ad ogni modo la natura della mente, o del 'mentale', non ha mai cessato, dopo Cartesio, di suscitare interrogativi per i filosofi moderni; interrogativi che essi, in genere, hanno associato strettamente ad un'altra domanda: come può la mente agire sul corpo e viceversa? Più in generale, qual è la natura metafisica, ontologica, del rapporto tra mente e corpo? Le risposte che, riprendendo in buona parte le concezioni degli antichi sull'anima, sono state date a questi quesiti possono essere classificate nel modo seguente:

1) Dualismo (o pluralismo) ontologico (Platone, Cartesio e, in tempi recenti, K.R. Popper per giungere a D. Chalmers). Il dualismo ontologico si presenta sotto due varianti: il 'dualismo delle sostanze' e il 'dualismo delle proprietà'. Secondo la prima variante mente e corpo, pur strettamente uniti e quasi fusi (almeno sino alla morte), sono nondimeno due sostanze distinte e, in linea di principio, separabili (come, ad esempio, la polpa ed il nocciolo di una mela). Secondo il dualismo delle proprietà, invece, mente e corpo sono due proprietà distinte di una medesima sostanza (come, ad esempio, il colore rosso e la forma sferica di una mela). I dualisti si sono in genere preoccupati di garantire la libertà dello spirito rispetto al determinismo della natura. Il dualismo delle sostanze, inoltre, è particolarmente adatto a rendere possibile la credenza cristiana nell'immortalità dell'anima.

2) Materialismo (Democrito ed Epicuro, Hobbes, alcuni illuministi, alcuni positivisti e, in tempi recenti, per un verso i sostenitori del 'fisicalismo' (ad esempio H. Feigl) e della 'teoria dell'identità tra mente e cervello' (ad es. U. Place, F. Smart e D. Armstrong) e, per un altro, gli 'eliminativisti' (ad esempio i coniugi Churchland)). Nella sua versione contemporanea il materialismo afferma che o gli stati mentali sono riducibili a processi neurofisiologici o che, se tale riduzione non è possibile, ciò è dovuto al carattere troppo rozzo dei concetti offerti dalla 'psicologia del senso comune': concetti come ad esempio 'credenza', 'desiderio', 'intenzione', 'passione' ecc. devono essere abbandonati e sostituiti con altri direttamente attinti dalle neuroscienze (ad esempio: attivarsi dei neuroni della corteccia nell'area F2).

3) Funzionalismo (ilomorfismo aristotelico e, in tempi recenti, H Putnam, prima della sua autocritica, J. Fodor, D. Dennett, W. Lycan ecc.). Questa è stata, a partire dai primi anni Sessanta, la concezione del mentale dominante tra gli psicologi cognitivi ed i filosofi della mente. È attualmente ancora molto diffusa, ma è ormai sottoposta ad attacchi pressanti che provengono, da un lato, dagli eliminativisti e, dall'altro, da tutti colori che, negli ultimi trent'anni, l'hanno messa in discussione, insieme al materialismo, sostenendo l'irriducibilità dell'esperienza soggettiva dei 'qualia' (colori, odori, sapori, dolori ecc.) a meri processi neurofisiologici (S. Kripke, T. Nagel, F. Jackson, D. Chalmers ecc.). Il funzionalismo nella sua versione 'classica' degli anni Sessanta, rinnovando (spesso inconsapevolmente e comunque su basi nuove) l'ilomorfismo aristotelico, è un figlio diretto delle speranze suscitate dall'intelligenza artificiale ai suoi albori: sviluppando la cosiddetta 'analogia mente-computer' i funzionalisti infatti hanno sostenuto che la mente è un software implementato dal cervello. Lo psicologo può perciò ricostruire l'organizzazione funzionale del cervello (le tappe mediante le quali l'input sensoriale viene 'processato' dal sistema nervoso fino a determinare l'output motorio), sebbene ignori completamente come tale organizzazione venga realizzata mediante processi cerebrali, così come un programmatore può scrivere i suoi programmi in basic o in windows disinteressandosi di come l'ingegnere abbia predisposto le cose in modo tale che questi sistemi operativi e tutti i programmi in essi scritti possano essere implementati da un certo hardware. La possibilità di sviluppare una psicologia scientifica in totale indipendenza dalle neuroscienze è viceversa ciò che gli eliminativisti trovano assurdo.

Altre teorie del rapporto tra mente e corpo sono state sostenute dai filosofi moderni. Dal Settecento alla prima metà del Novecento particolare importanza ha assunto, a più riprese ma in forme di volta in volta molto diverse e in paesi diversi, l'idealismo, dottrina secondo la quale, detto in estrema sintesi, la materia non gode di una realtà indipendente dal pensiero umano che la concepisce e la conosce. Particolare rilievo ha avuto nell'Ottocento e nei primi del Novecento lo spiritualismo, un misto di dualismo e idealismo. Infine, nella prima metà del Novecento, alcuni filosofi d'ispirazione analitica (in particolare L. Wittgenstein e G. Ryle), riprendendo un'idea già presente in D. Hume (e convergente con la tesi kantiana dell'inconoscibilità dell'anima), hanno sostenuto una forma di 'comportamentismo analitico', secondo la quale i termini psicologici descrivono non stati interni privati e accessibili solo introspettivamente, bensì disposizioni a comportarsi in modi pubblicamente osservabili. Se dico, ad esempio, che il mio vicino di tavola mi ha passato il sale "per cortesia", non intendo dire che un qualche suo misterioso stato interno (la cortesia) ha mosso la sua mano in un certo modo; intendo dire semplicemente che egli è una persona che, anche in passato, si è comportata in maniera cortese. Questa riduzione degli stati mentali a disposizioni comportamentali è tuttavia andata incontro a obiezioni difficilmente superabili: ad esempio il mio mal di denti coincide semplicemente con la mia tendenza a gemere e a tenermi la mano sulla guancia oppure consiste nel mio provare dolore, anche se non lo manifesto? Il comportamentismo è stato perciò quasi completamente abbandonato e sostituito, tra gli avversari del dualismo, o dal materialismo o dal funzionalismo.

Reincarnazione - Reincarnazione e Karma

Per l'anima non c'è mai nascita, né morte.
Esiste e non cessa mai di esistere.
È non nata, eterna, esiste sempre, non muore ed è originale.
Non muore quando il corpo muore.
(Bhagavad-gita 2.20)

Può sembrare che ciò che si pensa su ciò che succede dopo la morte non sia così importante, e che ciò che veramente conta sia solo come si vive qui e adesso. Ma che dire se le due cose fossero strettamente connesse? Che dire se ciò che si fa ora influisse in modo determinante sul futuro e le mie attività del passato avessero ora i loro effetti?

Con un'analisi approfondita, inoltre, si può osservare che lo stile di vita nelle diverse culture del mondo si può facilmente mettere in relazione al concetto che ciascuno ha della vita dopo la morte. Spesso è proprio questo che modella l'intera impostazione culturale.
Sebbene i particolari della trasmigrazione dell'anima, la reincarnazione, varino da religione a religione, le basi scientifiche di questo credo o i principi su cui si fonda, sono gli stessi.

In sostanza il concetto è che la forza vitale, o l'essenza che distingue un corpo vivente da uno morto, sopravvive alla morte del corpo; bisogna passare di corpo in corpo, proprio come in questa vita si passa dall'infanzia all'adolescenza e dall'adolescenza alla vecchiaia, fino a quando non si raggiunge la perfezione, vale a dire la relazione di puro amore per Dio, che rende coscienti della propria posizione originale.
Fino a che non saremo abbastanza puri e desiderosi di ricongiungerci a Dio, torneremo più e più volte a prendere nuovi corpi materiali al fine di purificare appunto la nostra coscienza da tutti i desideri di natura materiale.
La legge di causa ed effetto, conosciuta nella Letteratura Vedica come "legge del karma" e simboleggiata nella Bibbia dalla frase "ciò che semini raccoglierai", accompagna logicamente il concetto di reincarnazione.
Spesso confuso con una specie di punizione, il karma, propriamente compreso, è un sistema didattico dal quale si può trarre insegnamento; se si fanno le cose giuste, tutto andrà bene, mentre se si fanno cose sbagliate tutto andrà male; così è possibile imparare dai nostri errori.
Spesso l'apprendimento è sottile; quindi, anche se non ricordiamo gli errori commessi nelle vite precedenti, saremo guidati naturalmente verso il progresso, o il regresso, secondo i desideri e le attività del passato. Il fatto che non si possano ricordare le attività del passato non dimostra affatto che non esistano. D'altro canto chi ricorda le prime parole di questo articolo?

Gli scettici sostengono che la reincarnazione è la speranza di chi non riesce ad accettare la morte. Molti non desiderano però reincarnarsi, ma cercano di perfezionare le loro vite in vista di un obbiettivo al di là del mondo materiale.
Esistono anche parecchie ricerche che suggeriscono che la reincarnazione sia più di una speranza.
Ian Stevenson, dell'Università della Virginia, ha raccolto numerose testimonianze secondo le quali molte persone sostengono di ricordare vite precedenti. In molti casi bambini hanno dato indicazioni sufficienti ad identificare una famiglia precedente. L'ipotesi che queste persone possano davvero aver trovato la famiglia giusta è, alcune volte, sostenuta da segni particolari congeniti, o caratteristiche che erano presenti nel corpo precedente.
Anche nel mondo della scienza, Einstein, Stromberg, Edison, ecc..., erano sostenitori della dottrina della reincarnazione, e i primi filosofi dell'antica Grecia ne erano ardenti sostenitori e la spiegavano in termini di ragione e di logica.
Socrate, Platone e Pitagora non sono che pochi tra i grandi pensatori che sostennero la verità della reincarnazione. La scienza considera molto importanti le relazioni di "causa" nel mondo fenomenico. Ogni evento fenomenico ha la sua causa, ed ogni causa avrà il suo effetto; questa è la terza legge di Newton.
Le scienze spirituali, specialmente i Veda, allargano questa concezione anche alla vita morale e spirituale dell'uomo. Anche le religioni occidentali lo sostengono. "Ciò che uno semina raccoglie"; oppure "Chi di spada ferisce, di spada perisce", ecc.
Le conseguenze delle scelte passate condizionano la vita presente, come un giocatore si trova la partita vinta in mano, ma è comunque libero di giocarla in diversi modi. Ciò significa che il viaggio dell'anima da un corpo ad un altro è guidato dalle nostre scelte.

La reincarnazione e le religioni del mondo
Proprio come gli Hindu e i Buddisti accettano la dottrina della reincarnazione, così tutte le tradizioni religiose l'hanno accettata in tempi diversi.
Gli antichi Egizi e i Greci la accettavano come un fatto della vita, mentre i Druidi arrivavano a prestare denaro pensando di riaverlo in una vita futura.
Gli Indiani d'America, gli aborigeni australiani e molte tribù africane includono la reincarnazione nei loro credo.
L'idea, pienamente accettata da Ebrei ed Esseni, era largamente diffusa ai tempi di Gesù, e ha continuato ad essere popolare tra gli Ebrei europei fino alla fine del Medioevo, tra gli Ebrei Cassidici e mistici, presso i quali è conosciuta come "gilgul" ed è spiegata abbastanza in profondità in varie opere cabalistiche.
I Drusi, di origine musulmana, non solo credono nella reincarnazione, ma considerano le memorie delle vite passate una cosa normale, anche se fino a poco tempo fa era loro vietato di parlarne al di fuori del loro popolo.
Il concetto di reincarnazione è decisamente una componente anche del primo Cristianesimo; ciò nonostante, molti cristiani moderni tendono a considerare l'idea come una buffa superstizione.
I padri della Chiesa Cristiana, comunque, testimoniano che le reincarnazione era parte del pensiero cristiano primitivo.
Per esempio, nel terzo sec. d.C., Origene, che era considerato secondo solo ad Agostino per la sua influenza durante i primi tempi della Chiesa, scrisse nella sua opera "Sui Principi": "A causa di una certa inclinazione verso il male di alcune anime, esse perdono le ali e prendono corpo, prima sotto forma di uomini; quindi, a causa dell'associazione con la passione irrazionale, dopo il periodo assegnato con la forma umana, essi si trasformano in bestie, forma dalla quale passano poi alla forma di piante. Restano in queste diverse forme di corpi fino a quando non saranno degni di essere riportati alla loro posizione spirituale". (NDR: in effetti, questa non è l'esatta "formula" reincarnativa. Nessuno torna "indietro" - secondo Tradizione - in esperienze superate. L'uomo evolverà sempre, una volta entrato nel regno umano, e non tornerà ad abitare in regni precedenti a questo)
Con il tempo, quando la teologia cristiana iniziò a cambiare, l'idea della reincarnazione divenne sinonimo di eresia, e nel 553 d.C., nel secondo Concilio di Costantinopoli, l'Imperatore Giustiniano proclamò il suo anatema contro Origene:
"Se qualcuno dovesse proclamare che l'anima trasmigra da un corpo ad un altro che sia maledetto".
Questo pose fine ad ogni disquisizione seria sulla trasmigrazione dell'anima nella cristianità organizzata.

La conclusione Vedica
Secondo i Veda, che danno informazioni più dettagliate e scientifiche sulla trasmigrazione dell'anima, la forza vitale è legata al corpo nella stessa misura in cui il corpo è legato ai vestiti che indossa o alla casa in cui abita.
Quando un vestito sta stretto o la casa è piccola li cambiamo. La scienza spiega che nel corso di sette anni tutte le cellule del corpo cambiano; quindi, il corpo di sette anni fa non è più lo stesso; difatti basta .... guardarsi allo specchio.
La nostra mente e la nostra personalità subiscono, nel corso della vita, cambiamenti altrettanto radicali.
Eppure, nonostante questi cambiamenti, su un altro livello (quello spirituale) siamo sempre gli stessi, siamo sempre la stessa persona. Che cos'è questo livello più profondo e fondamentale che continua in mezzo a tanti mutamenti? L'anima.

Il vocabolo "personalità" deriva dal latino "persona", che in origine indicava la maschera indossata dagli attori sulla scena. La maschera aveva le caratteristiche del personaggio interpretato, mentre l'attore restava anonimo.
Anche noi, usando stratagemmi simili alle maschere, camuffiamo la nostra vera identità con i trucchi e le apparenze del ruolo che stiamo interpretando. Le nostre reali personalità sono nascoste.
Sfortunatamente, chi sceglie di ignorare il messaggio di Dio, così com'è rivelato dalle Sacre Scritture, tende a perdere di vista la differenza tra la vera personalità e la personalità materiale, che è la maschera che stiamo indossando attualmente; ma, che ci verrà tolta alla fine di questo show, con la morte.
Siamo tanto identificati con questa parte, che non riusciamo più a vedere nient'altro. Però, c'è chi decide di ritrovare la propria vera identità nascosta, cercando di portare la propria attenzione sull'elemento spirituale che sta sotto alle apparenze esteriori.
Così, riuscendo ad eliminare tutti gli strati della maschera della falsa identificazione materiale, possiamo scoprire il vero attore che c'è sotto: un'anima, che per "vera" natura è piena di conoscenza, di felicità ed è eterna servitrice di Krishna, Dio, la Persona Suprema.
fonte: www.viviamoinpositivo.org

venerdì 8 agosto 2008

Amicizia

Alcune persone entrano nella nostra vita come un raggio di sole destinato ad illuminare il nostro cammino per un breve tratto.
Ci danno una mano, ci servono di lezione in un momento particolare della nostra esistenza.
Altre influiscono sulla nostra vita in maniera profonda e duratura.
Altre ci hanno fatto soffrire. E tuttavia senza di loro non ci saremmo temprati, non saremmo diventati quello che siamo.
Anch’essi hanno contribuito a dare un senso alla nostra vita.
Nulla capita casualmente.
Malattie, gioie, delusioni, frustrazioni:
tutto succede al fine di temprare la nostra anima.
La gente che conosciamo.forgia la nostra vita. Le cadute e i trionfi che sperimentiamo
fanno di noi le persone che siamo.
Per cui se qualcuno ti odia, ti tradisce o spezza il tuo cuore, non odiarlo, perché ti ha insegnato l’importanza del perdono e della cautela da usare prima di svelare a qualcuno i segreti del tuo cuore.
Se qualcuno ti ama, amalo. Non perché ti ama, ma perché ti ha insegnato ad amare, ad aprire il tuo cuore e i tuoi occhi sulle piccole gioie della vita.
Intavola una conversazione anche con colui con il quale finora non hai mai dialogato.
Ascolta e presta attenzione.
Lascia che ti si voglia bene. Per quanto dipende da te, instaura con il tuo prossimo un rapporto intessuto di cordialità e di simpatia.
Abbi inoltre fiducia in te stesso. Senza fiducia in te difficilmente imparerai ad avere fiducia negli altri.

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